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Confronti

Sport e sessualità

Annalisa Scanu

Psicologaclinica dell'infanzia e dell'adolescenza

In che modo praticare attività sportiva sin da piccole può influire nellacapacità di socializzazione e nello sviluppo del carattere?

Molto spesso quando si parla dello sport nell'infanzia ci si schiera a favoredei cosiddetti "sport di squadra": una affermazione forte, sentitacosì spesso da essersi elevata a verità assoluta, rispetto allaquale un'alternativa più corretta potrebbe essere "sport che facilitanola socializzazione".
Spesso, inoltre, negli sport di squadra la partecipazione è vincolataall'entrata nella "rosa dei titolari": chi non è bravo abbastanzanon vivrà il momento della partita e dovrà stare a guardare. Ciò che è importante,invece, è che nello sport i bambini abbiano la possibilità di misurarsicon le loro nuove e crescenti abilità, e di trovare uno sfogo alle loroinesauribili energie attraverso un gioco divertente in compagnia; inoltre, è fondamentalepoter vivere la dimensione del gruppo e del confronto sia con le persone siacon le regole.
Altri sport, al contrario, anche se individuali (ad esempio l'atletica leggera)permettono a tutti di gareggiare; inoltre, al contempo l'allenamento è unmomento di gioco, di competizione e di solidarietà.
Nei giochi di squadra è importante vincere, battere l'altro, mentre neglisport individuali spesso la vittoria passa in secondo piano rispetto all'importanzache riveste un miglioramento personale.
È, dunque, importante che la pratica sportiva sia un momento di incontroe confronto, attraverso il quale i bambini possono imparare a rispettare regolein un contesto diverso da quello familiare e scolastico. In molti casi la praticasportiva offrirà le prime opportunità di vita "fuori dal nido",attraverso le trasferte che favoriranno col "morbido" contorno delgruppo e degli allenatori un primo dolce distacco dalla famiglia.

Credi che praticare uno sport possa aiutare ad una sessualità più consapevolenei termini di attenzione alle scelte contraccettive, protezionedalle malattie sessualmente trasmesse, ecc.?

Penso sia necessario operare una distinzione tra attività agonistichee non agonistiche. Le prime necessitano in genere di più tempo,più energie e una maggiore dedizione; le seconde, invece,sono caratterizzate per lo più dal loro apprezzabile aspettoludico. Non penso che si possa osservare una differenza significativatra le donne che svolgono un'attività agonistica e quelleche non la svolgono. Il rapporto col proprio corpo e le attenzioniche vi sono riservate sono molto maggiori nel caso di un'attività sportivaad alto livello, nelle donne che praticano un'attività amatoriale,infatti, non si riscontra con la stessa frequenza quel ruolo prioritarioche assume il corpo nella vita di un'atleta. Un'agonista, infatti, è abituataad ascoltare il proprio corpo, stimolarlo, curarlo, e spesso, purtroppo,anche a forzarlo e sfruttarlo oltre misura; si crea dunque un rapportopiù intenso con esso, tale che ciò che succede alproprio corpo non è un evento esterno, ma è vissutocome fatto importante e determinante.
Il corpo di un'atleta è, in genere, anche un corpo sottocontrollo. Tale controllo si riflette anche in una maggiore consapevolezzae attenzione rispetto alle scelte contraccettive sia per evitareuna gravidanza indesiderata sia per proteggersi dalle malattiesessualmente trasmesse. Tuttavia, se da una parte questo monitoraggiocontinuo preserva le atlete da alcuni comportamenti sessuali arischio, dall'altra le espone rischi che possono essere altrettantopericolosi.

L'allenamento agonistico e la estrema ricerca della prestazionel'obbligo per le atlete di tenere sotto controllo il peso e l'apportodi grassi possono condurre, infatti, le atlete a maturare unrapporto conflittuale con il cibo, determinando l'alta frequenzadi casi di anoressia e bulimia in questo contesto: cosa ne pensi?

Anoressia e bulimia sono purtroppo due parole molto note e attuali,ma non a caso farei invece riferimento alla più ampia categoriadei disturbi del comportamento alimentare. Spesso, infatti, leatlete non rappresentano dei casi conclamati di anoressia e bulimia,se non altro perché certi estremi sarebbero molto spessoincompatibili con l'attività agonistica, e raggiungerlisignificherebbe contemporaneamente rinunciare ad essere atlete. È,però, presente una grande varietà di atteggiamentinei confronti del cibo, che denotano un disturbo nel comportamentoalimentare; questi da soli non bastano a soddisfare i criteri diagnostici,ma sono sufficienti per comprendere che la persona necessita diun aiuto.
Penso, ad esempio, alla diffusa abitudine di consumare grandi quantità dicibo che verranno smaltite con 5-6 ore di attività fisica:un comportamento assai diffuso che si può osservare in quasitutti i contesti sportivi, da quello agonistico a quello dellepalestre. In quest'ultimo caso si verifica con una frequenza ancoramaggiore, dal momento che spesso le persone si ritrovano senzauna guida, un allenatore o un programma d'allenamento.
A livello agonistico e professionale, invece, possono essere altrii fattori, come i ritmi forsennati e le eccessive richieste degliallenatori della disciplina e delle atlete stesse, ad essere unafonte di pericolo. Un esempio rappresentativo sono le ginnastee le danzatrici che si ritrovano a dover affrontare il difficilecompito del passaggio alla pubertà e all'adolescenza conil terrore che il loro esile corpo di bambine possa trasformarsiin un corpo sessuato, da donna.

Si tratta comunque di comportamenti che vanno tenuti sottocontrollo?

Parlare di anoressia e bulimia può essere forse eccessivo,ma anche più utile a suscitare un doveroso allarme nei confrontidi questi disturbi. E anche se non credo che lo sport possa essereadditato come causa di disturbi di tale importanza, tuttavia, esisteil rischio che i ritmi serrati, che lo caratterizzano a certi livelli,possano inserirsi in un quadro psicologico di una persona particolarmentefragile e diventare il più visibile dei tanti fattori scatenantiun disturbo.

Quale potrebbe essere l'approccio psicoterapeutico più indicatoin queste situazioni?

Va precisato che altri fattori che possono determinare l'esistenzadi un disturbo vanno ricercati nella vita infantile e nella qualità dellerelazioni primarie, ed è soprattutto per questo motivo checredo non si possa indicare una strategia terapeutica "adhoc" per sportive con disturbi del comportamento alimentare,ma considerare che c'è una persona con tale disturbo laquale è anche una sportiva.
Penso che sia, dunque, indicata una psicoterapia psicoanaliticache prenda in considerazione quella che è e quella che è statala storia di vita della paziente e non solo il suo ultimo, più eclatante,disturbo.
Spesso, inoltre, queste pazienti sono tra le più difficilida "convincere" a chiedere un aiuto; purtroppo, infatti,nella maggior parte dei casi sono le persone vicino a loro chesi rendono conto che c'è qualcosa che non va al tempo stessoperché una terapia abbia successo è fondamentaleuna "motivazione alla cura" da parte della persona interessata.

In che modo le sportive vivono l'appuntamento mensilecon il ciclo mestruale?

Le mestruazioni vengono vissute e raccontate nella quasi totalità deicasi come un appuntamento che influenza negativamente le prestazionie la pratica sportiva. Un elemento senz'altro significativo è lafrequenza con cui le donne, sportive e non, lamentano la presenzadi una fastidiosa sindrome premestruale caratterizzata da uno opiù sintomi. Se si effettua un breve conteggio dei giorniin cui le donne vivono un qualche malessere legato al loro cicloormonale ci si rende conto che si arriva a 10-14 giorni. Un dato,forse non proprio nuovo, ma comunque impressionante che non può esseresvincolato dalla constatazione che rispetto a soli 50 anni fa cisono molte più donne che non solo fanno sport, ma lavoranoe contemporaneamente continuano a svolgere molti dei compiti dasempre loro assegnati: è come se il cambiamento delle abitudinidi vita femminili non fosse andato di pari passo con i ritmi delcorpo di una donna; ritmi che vengono appunto vissuti come un fastidio,un qualcosa che "meno si fa sentire meglio è".
Tornando alle sportive, dal momento che si tratta di persone più capacidi ascoltare il proprio corpo e a mettersi in contatto con questo,credo che sebbene considerino le mestruazioni come un appuntamentonon sempre gradito siano più capaci in molti casi di farvifronte e viverlo come parte integrante della loro vita sportivae di donne.

28 luglio 2004