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Maria Gabriella
Gentile
Direttore del Centro per il Trattamento dei Disturbi del Comportamento Alimentare, Struttura Complessa di Dietetica e Nutrizione Clinica, Azienda Ospedaliera Ospedale Niguarda Ca’ Granda, Milano
Gli "Aggiornamenti
in nutrizione clinica", pubblicazione che segue
gli incontri annuali organizzati dall’Azienda Opedaliera
Ospedale Niguarda Ca’ Granda, sono giunti alla
loro 12° edizione. Potrebbe tracciare un bilancio
di questo lungo percorso di aggiornamento sia per quanto
riguarda le nuove acquisizioni metodologiche sia per
quanto riguarda la valutazione critica dei risultati
ottenuti?
Il percorso di "Aggiornamenti in nutrizione clinica" è iniziato
dodici anni fa e ha visto un sempre maggiore interesse da parte dei nostri lettori
e di coloro che partecipano ai nostri incontri. Gli argomenti trattati in questo
lungo arco di tempo sono stati scelti in base alle conoscenze del momento e a
quelle che, a nostro giudizio, erano e sono le priorità di aggiornamento.
Alcuni problemi particolarmente importanti si sono ripetuti negli anni, a questo
proposito mi sembra importante sottolineare che, più di dieci anni fa,
siamo stati tra i primi in Italia a parlare di anoressia e bulimia nervosa, prendendo
esempio dalla cultura anglosassone, dove già all’epoca questi disturbi
venivano drammaticamente presentati come un fenomeno in divenire.
Oggi c’è un interesse ampio e diffuso su queste tematiche. Purtroppo,
come avevamo previsto, nel lungo periodo questi disturbi si sono diffusi anche
nella nostra realtà: bulimia e anoressia non sono più malattie
rare, ma si tratta ormai di un fenomeno in crescita che colpisce fasce di età sempre
più ampie, dal bambino alla persona adulta.
Qual è il ruolo dell’ideale di bellezza
incentrato sulla magrezza estrema nella diffusione dei
disturbi del comportamento alimentare nel mondo a cultura
occidentale?
Nello spiegare la diffusione così preoccupante di
queste patologie sicuramente bisogna far riferimento a diversi
fattori, tuttavia non può essere sottovalutata la
forte connotazione socioculturale di questa "epidemia".
Il fatto che negli ultimi quaranta anni gli ideali di bellezza
proposti siano passati da valori normali (indice di massa
corporea, IMC, 18,5-24,9) a valori patologici (IMC 16-17)
dovrebbe far riflettere: per la prima volta nella storia
dell’umanità l’ideale di bellezza è stato
disgiunto da quello di salute (vedi figura).

Considerare un corpo denutrito e androgino come
testimonianza visibile della propria autorealizzazione ha
un ruolo importante nella genesi dei disturbi del comportamento
alimentare; i disagi psicologici che attraversano la persona
malata, le difficoltà di comunicazione con la famiglia
e le fragilità personali sono tutti fattori che da
soli non spiegano il diffondersi epidemico di queste malattie.
I detentori del potere massmediatico e i produttori di moda
per teenager stanno proponendo, soprattutto alle giovani
donne, un percorso di autorealizzazione impossibile: per
essere belle, accettate e vincenti bisogna essere non solo
sempre più magre, ma anche sempre più omologate
a dei modelli estetici stabiliti in modo artificiale.
Scegliere sempre e comunque modelli di bellezza irraggiungibili,
presentare in tutte le riviste donne altissime e magrissime,
significa omologare la figura femminile a modelli che non
sono raggiungibili ai più, generando frustrazioni
più o meno gestibili, più o meno accettabili
a seconda dell’equilibrio della singola persona. Fino
a qualche anno fa avevamo una maggiore varietà, c’erano
belle donne alte e meno alte, belle donne piccole e meno
piccole, adesso, invece, sono tutte uguali e siccome non
siamo tutte uguali nascono dei problemi. In aggiunta al mito
della magrezza, c'è anche un forte tentativo di omologare
la figura femminile in una figura unisex, altra pretesa che
va contro la fisiologia.
In fin dei conti l’anoressia è una malattia
conosciuta e descritta da secoli, basti pensare alle regole
dell’ascetismo e del digiuno del Medio Evo, ma se prima
era un evento eccezionale, quasi "miracoloso",
oggi è talmente diffusa da essere diventata una modalità di
espressione del disagio adolescenziale, soprattutto femminile;
per questo mi sembra importante sottolinearne l’aspetto
socioculturale ed etnico.
Quali le somiglianze o le differenze tra le sante
ascetiche del Medio Evo con le attuali ragazze anoressiche?
Parlerei soprattutto di differenze: nell’ascetismo,
infatti, il voler abolire il proprio corpo era un mezzo per
arrivare ad essere un tutt’uno con la spiritualità divina
e realizzarsi, quindi, in un altro mondo; adesso bisogna
trasformare il proprio corpo in modo innaturale per avvicinarci
a un modello imposto dall’esterno, sempre più magro
e omologato, per poter dimostrare di esistere ed essere vincente
in questo mondo.
Il fatto che la magrezza costituisca un modello
di bellezza largamente accettato, influisce in qualche
modo nel ritardare la presa di coscienza della propria
malattia da parte del paziente e la richiesta di interventi
da parte di medici e psicoterapeuti?
Purtroppo il negare la malattia è una caratteristica
dell’anoressia stessa, chi ne è affetto non
riesce ad affrontare come malattia qualcosa che considera
una conquista. Per quanto riguarda il medico, la difficoltà di
diagnosi non dipende tanto dall’influenza del mito
della magrezza, quanto dalla negazione del paziente da un
lato e, dall’altro, dal fatto che i più comuni
esami di laboratorio possono essere normali. Ecco perché valutare
lo stato di nutrizione almeno con le metodiche antropometriche
più comuni. Il sempre maggior interesse per i disturbi
del comportamento alimentare ha avuto dei riscontri sulla
tempistica degli interventi, infatti, sebbene nel nostro
centro arrivino ancora delle pazienti in uno stadio di malattia
conclamata, tuttavia va segnalato che molte altre, spesso
accompagnate dai genitori, si rivolgono a noi precocemente
e in questi casi il trattamento è più semplice
e meno faticoso.
Argomenti correlati: Alimentazione e dieta, Amenorrea, Calcola l'indice di massa corporea (IMC), Fisiologia del sistema riproduttivo, Obesità.
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