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Confronti

Donne, torture e guerrea

Maria Chiara Risoldi
Psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana

Le torture sui prigionieri iracheni nel carcere di Abu-Grahib per mano della soldatessa americana Lynndie England ci hanno suggerito un'immagine femminile molto lontana da quella comunemente condivisa. Abbiamo chiesto alla psicoanalista Maria Chiara Risoldi perché la realtà ci propone immagini tanto contrastanti con quelle più familiari che abitano il nostro immaginario.

Le terribili immagini della soldatessa Lynndie England, che si fa fotografare mentre "tiene al guinzaglio" un prigioniero iracheno nudo nel carcere di Abu Grahib, ci hanno messo di fronte alla morte simbolica della bontà femminile. Abbiamo chiesto a Maria Chiara Risoldi, esperta di violenza femminile e autrice di un volume "Traumi di guerra", se è vero che la donna sia - per così dire - biologicamente più buona dell'uomo e quindi meno incline alla violenza e alla crudeltà.
Prima di rispondere a questa domanda, ho bisogno di fare due premesse. La prima riguarda la distinzione tra natura e cultura. Diciamo subito che dal punto di vista "naturale" non c'è alcuna distinzione specifica tra maschile e femminile. Il bambino al momento della nascita è "neutro". È a partire da quel momento che interviene la cultura e la bambina viene educata al pacifismo. Questo tipo di educazione contiene una parte di luci e una parte di ombre. Le luci si riferiscono alle capacità di mettersi in relazione, di prendersi cura, di mediare e riparare, di occuparsi dei legami, capacità che vengono insegnate alle bambine e che andranno a costituire la parte più significativa della loro identità futura di donne. Le ombre sono costituite dalla implicita richiesta di rinunciare ad esprimere la propria aggressività, considerata come una parte negativa del sé da censurare, reprimere, rimuovere.

In altri termini, quando la richiesta di rinunciare all'aggressività viene subita dalla bambina come perdita di una parte del sé e non come proposta educativa mediata dal linguaggio, la donna, una volta diventata adulta, è per così dire "costretta" all'altruismo e all'oblatività. È questo che la rende poi incapace di mettere in atto tutti quei legittimi compromessi che, al contrario, le renderebbero possibile perseguire anche il proprio benessere?
Succede esattamente questo: nella stragrande maggioranza dei casi, le bambine non possono scegliere come e cosa diventare da grandi, esse vengono semplicemente "indirizzate" verso la non aggressività, l'oblatività, la scarsa capacità a prendersi cura di se stesse, l'abitudine a subire violenza.

Come si arriva alla soldatessa americana?
Fatte queste due premesse, la neutralità "naturale" del neonato e le luci e le ombre presenti nell'educazione "culturale" a cui vengono sottoposte le bambine, tutto il lavoro del pensiero della differenza, che è stato approfondito dalle psicoanaliste femministe, è stato quello di riuscire a mantenere una parte delle luci e contemporaneamente a eliminare le ombre. Ovvero, abbiamo tentato di educare le donne a riappropriarsi del diritto all'autodifesa. Il che significa riuscire a dire di no senza sentirsi in colpa, posporre qualche volta i bisogni del padre, del marito e dei figli ai propri, diventare capaci di riconoscere i propri bisogni e tentare di raggiungerne la soddisfazione prendendosi il tempo e lo spazio necessari, rinunciare alla spinta interna verso l'incondizionata oblatività.

Quali sono state le conseguenze di questa sorta di rieducazione a cui è stata sottoposta, in modo simbolico, la figura femminile?
La donna ha preso coscienza del proprio valore e delle proprie esigenze, ha imparato a riconoscerle e ha capito che per soddisfarle doveva mettere da parte il modello della Madonna che fino a quel momento era stato l'unico possibile. La conseguenza più rivoluzionaria di tutto questo è stata la messa in campo dell'aggressività femminile. Aggressività che la donna possiede eccome! Per dire di no al marito o ai figli, la donna ha dovuto riappropriarsi dell'aggressività che per secoli aveva tenuto a bada.

Che cosa è accaduto poi?
Che siamo cadute nell'eccesso opposto. Negli ultimi trent'anni, per eliminare le ombre, abbiamo imitato il modello maschile, basato da sempre su egocentrismo, violenza e distruttività. A questo punto entra in campo la soldatessa Lynndie. Prima di ogni altra considerazione, dobbiamo pensare che la soldatessa Lynndie England è una donna che ha scelto di andare a fare il soldato. È una donna che ha già aderito a un modello maschile e - direi di più - maschilista.

La scelta era già stata fatta?
Sicuramente. La soldatessa Lynndie England è semplicemente andata oltre, si è fatta trasformare nella caricatura del modello maschilista peggiore. Leggendo le sue dichiarazioni riportate dai quotidiani, comprendiamo come l'assoluta mancanza di consapevolezza le impedisse di comprendere l'assurdità di certe richieste e, soprattutto, l'atrocità di quello che stava compiendo.

I ruoli si sono totalmente invertiti?
La catastrofe simbolica che le foto di Abu Grahib ci rimandano allude proprio alla sparizione di un confine netto tra femminile e maschile. In questa vicenda: esistono solo vittime e carnefici. D'altra parte dobbiamo tenere presente un dato fondamentale che è alla base della rivalsa delle donne che scelgono di fare il soldato. Una delle armi della guerra è sempre stata lo stupro delle donne, dunque la donna che decide di fare il soldato è animata anche da questo tipo di rivalsa: per anni sono stata vittima durante le guerre come se fossi stata terreno da conquistare, perché attraverso me l'uomo ha schiacciato l'altro uomo, adesso identificandomi con l'aggressore faccio io, di fatto, la strupratrice.

L'esperienza di tutti i giorni ci dice che, se da un lato le donne sono educate all'oblatività, alla mediazione, alla non aggressività, dentro le mura di casa talvolta esprimono un tasso di violenza (per lo più verbale, ma non solo) molto più alto di quanto non sarebbero disposte ad ammettere. Fino ad arrivare, nei casi più estremi, agli episodi di cronaca che tutti purtroppo conosciamo, in cui alcune di esse giungono ad uccidere i propri figli. Mi chiedo se la violenza espressa e messa in atto da queste due tipologie di donna "cattiva" - la soldatessa di Abu Grahib e la madre figlicida - scaturisca da una fonte comune.
Sì, la violenza agita dalle donne prende le mosse sempre dallo stesso punto di partenza, ovvero da una violenza subìta. Le donne che sfogano la propria aggressività picchiando (in casi estremi uccidendo) i figli sono state bambine picchiate, bambine abituate a non considerare un trauma l'essere picchiate. A loro volta, diventate madri, mettono in atto quel meccanismo difensivo basilare per l'essere umano che consiste nell'identificarsi con l'aggressore e, attraverso quella che oggi si chiama "trasmissione psichica transgenerazionale", la distruttività subìta si riproduce e i le madri sfogano la violenza di cui sono state oggetto picchiando a loro volta i figli.

Le donne che da bambine sono state picchiate, riverseranno inesorabilmente la violenza di cui sono state vittime sui propri bambini?
No, non tutte. Nella mia lunga esperienza di consulente presso la Casa della donna ho potuto verificare che non tutte le bambine cresciute in questo tipo di realtà diventano donne che maltrattano, mentre è sicuro che tutte le donne che sfogano in questo modo hanno alle spalle esperienze di maltrattamento.

Le donne che hanno fatto le kapò nei campi di concentramento nazisti hanno aderito a un modello maschile distruttivo e violento come quello a cui ha aderito la soldatessa England?
Il meccanismo è sempre lo stesso. La donna si trova sempre davanti a un bivio obbligato. O prende la strada del modello della Madonna - sacrificale, buona, che non dice mai di no -, oppure si identifica con il maschio come aggressore e diventa portatrice di violenza, distruttività, crudeltà. Le donne devono imparare a superare questa dicotomia tra bianco e nero, fra bene e male e devono capire che la strada del compromesso è l'unica percorribile.

Per concludere, possiamo affermare che non esiste una bontà biologica delle donne?
C'è un libro molto bello, uscito qualche anno fa, che si intitola "Riti di sangue", in cui l'autrice (la biologa Barbara Eherenreich) racconta la storia della guerra fin dalle origini, mettendo in luce come in tempi remoti la femmina dell'uomo si recava a caccia insieme al maschio. In un secondo momento, per accudire meglio ai piccoli e per coltivare i campi, la donna ha smesso di andare a caccia e di difendere il territorio, lasciando che fosse l'uomo ad occuparsi di questi compiti. Possiamo, dunque, affermare che da qualche migliaia di anni si è sviluppata un'estraneità culturale della donna alla guerra, ma questa estraneità non ha nulla di biologico. Come ho detto all'inizio, al momento della nascita, il neonato maschio e la neonata femmina possiedono la medesima capacità di aggredire e di difendersi.

A cura di Erica Sorelli
22 giugno 2004