Chi è
È
nata a Belgrado, Repubblica di Jugoslavia nel 1946 ed ha studiato
all'Accademia di Belle Arti di Belgrado. Nel 1976 iniziano
la relazione e la collaborazione con un altro artista, Ulay,
nato peraltro nel suo stesso giorno. Dopo dodici anni di relazione,
hanno deciso di interrompere il loro rapporto con una camminata
lungo la Grande Muraglia Cinese. Lui ha iniziato dal deserto
di Gobi, Marina dal Mar Giallo. Dopo una camminata di duemila
e cinquecento chilometri si sono incontrati e si sono detti
addio: "È stato un momento molto doloroso della
mia vita. Dopo il quale ho avuto una crisi molto forte sia
come artista sia come donna. Ma un artista lavora sempre con
le sue tragedie, la sua pena. In un certo senso, abbiamo bisogno
della drammaticità per fare progetti".
Dal 1980 al 1983 viaggia in Australia e nei deserti di Thar
e del Gobi, nel 1988 è in Cina. Dal 1990 è visiting
professor all'Accademia di Belle Arti di Parigi, alla
Hochschule für Bildende Künste di Berlino e Amburgo.
Dal 1992 tiene workshop, conferenze e mostre personali e collettive
in tutto il mondo. Nel 1997 ha vinto la Biennale di Venezia
con una delle sue performance più note, Balcan
Baroque, nel corso della quale lavava scheletri seduta
su una pila di ossa animali.
Dal ‘91 insegna Arte della Performance presso la Hochschule
für Bildende Künste di Braunschweig, Germania; il
suo corso è considerato la più prestigiosa fucina
della nuova generazione di performers a livello internazionale.
Agli allievi chiede di rispettare giorni di astinenza da cibo,
sesso, parole, televisione e ogni sorta di comunicazione.
Vive ad Amsterdam.
L'opera
Punta d'avanguardia della performance e della body art fin
dai primi anni '70, Marina Abramovic ha segnato
in maniera profonda e innovativa l'arte degli ultimi trent'anni.
Le scelte tematiche vanno dalla rappresentazione della sessualità
e della femminilità, dalla dimensione intima e quotidiana,
all'interpretazione etica e sociale della realtà contemporanea.
Fin dagli esordi ha scelto il proprio corpo come oggetto
della sua arte, mettendo in gioco e indagando i confini estremi
della resistenza fisica e psicologica. Le sue performance
e le sue video installazioni mirano a investigare le potenzialità
ed i limiti della sopportazione: il corpo è l'oggetto
e il soggetto della sua ricerca, usato come strumento per
veicolare un messaggio al pubblico, per comunicare ed assorbire
energia. Il corpo dell'artista dunque come metafora e simbolo
di realtà e valori diverse.
L'arte, per la Abramovic, non è bellezza, ma
interrogazione, richiesta di attenzione. In un'intervista
ha sottolineato non a caso la propria sintonia con Manzoni:
"Credo che l'artista debba essere un disturbatore e
noi dobbiamo interrogare la bellezza. Piero Manzoni ha detto:
Non mi interessa che la mia arte sia bella o brutta. Deve
essere vera. È così".
Pur non condividendo l'ottimismo di Joseph Beuys, per
il quale l'arte sarebbe stata ancora in grado di cambiare
la società, ritiene tuttavia che l'artista sia
colui che sa porre domande e che, se artista, è in
grado di suscitare attenzione e risposte, e che da queste
si possa misurare il suo contributo all'innovazione
e al cambiamento. Chi fa arte non deve inseguire la realtà,
ma prevenirla, indurre a ragionare lavorando con metafore,
con le immagini e con i significati, a lungo termine, lentamente.
Pur avendo preso posizione ferma contro la guerra e il terrorismo,
esprimendo al contempo critiche appuntite all'attuale
amministrazione americana per la sua politica giudicata aggressiva,
Marina Abramovic non è e non si sente un artista
engagée:
l'artista "non deve reagire alle notizie quotidiane
come un giornale. Se lo fa, le notizie diventano subito vecchie
e lui è fuori. L'immediatezza non serve. Deve invece
fare un lavoro trascendentale, che contenga un messaggio
che
possa essere usato in ogni momento in ogni luogo. Quando
ho fatto Balkan Baroque non pensavo solo alla Jugoslavia:
era
una immagine valida per ogni guerra e ogni paese. Vale oggi
anche per l'Iraq".
La frase
"È molto interessante come il corpo divenga materiale
sempre più scultoreo; nella performance art dei primi
anni Settanta il corpo era il materiale dove le cose accadevano
- come diceva Vito Acconci: il corpo è un luogo, un
sito. La maggior parte del tempo abbiamo usato il corpo nudo
come il più naturale e diretto dei mezzi, cercando
di spostare i nostri propri limiti mentali e fisici usandolo".
"Sono stata a vedere molte operazioni chirurgiche in
ospedale, al cervello, al cuore e alla spina dorsale, ognuna
della durata di alcune ore. Mi sono chiesta: qual è
il corpo? Lo stesso materiale usato per fare tavoli è
usato nelle operazioni per fare il corpo - martelli, viti,
fili e così via. È interessante ora come lo
sviluppo della chirurgia plastica abbia cambiato il corpo
in un certo strano modo, in un grottesco materiale scultoreo".
"Aborigeni e abitanti del Togo e di altri luoghi in
Africa, le cosiddette "culture primitive" hanno
rituali che tendono a spostare in avanti i propri limiti.
Perché si fanno questi tagli sulla propria pelle, che
richiedono una grande sofferenza? Perché gli aborigeni
vanno nel deserto a sperimentare quella cosa chiamata "morte
clinica" e ritornano indietro?
Perché solo quando realmente ti confronti con queste
sofferenze, la paura di morire, i tuoi limiti fisici, puoi
davvero liberarti da loro. Così i rituali di queste
culture sono una specie di cornice nella quale noi performer
possiamo stare, guardare, partecipare, recitare una parte,
al fine di arrivare con un salto mentale a un altro stato
della realtà".
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