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La casa delle bambine che non mangiano

Laura Dalla Ragione

Il Pensiero Scientifico Editore, 200 pagine, € 16

Le vostre recensioni

Questo spazio è aperto anche ai contributi delle lettrici. Se hai da proporci una novità letteraria interessante (uscita nell'ultimo anno), a tema femminile o la cui autrice è una donna, inviaci la tua recensione (massimo 2000 battute). Le più interessanti verranno pubblicate in calce alla recensione del mese.
Mangiare può sembrare un gesto semplice e naturale, ma da dieci anni a questa parte la percentuale di quanti soffrono di anoressia, bulimia e altri disturbi alimentari è cresciuta del 300 per cento. "Un'epidemia che nessuno aveva pensato potesse scoppiare tanto rapidamente", commenta Laura Dalla Ragione, psichiatra e psicoterapeuta, responsabile della residenza di Palazzo Francisci, l'unica struttura pubblica sul territorio italiano che accoglie questo tipo di pazienti. "Siamo sommersi dalle richieste, fin dal giorno in cui si è aperta la struttura, il 7 maggio 2003. Da allora abbiamo ospitato 230 persone". Se è vero che ogni epoca storica tende a privilegiare una determinata malattia (la sifilide nel Settecento, la tisi nell'Ottocento), allora i disturbi del comportamento alimentare, con il loro legame all'identità corporea, alla sicurezza del sé, all'ossessione dell'apparenza, sono quelli che meglio rappresentano le contraddizioni della nostra epoca. In Italia sono almeno due milioni i ragazzi che ne soffrono e decine di milioni di giovani si ammalano ogni anno nel mondo. Su cento ragazze adolescenti, dieci soffrono di qualche disturbo collegato all'alimentazione, una o due sono colpite dalle forme più gravi come anoressia e bulimia, mentre le altre presentano manifestazioni cliniche transitorie e incomplete. Si tratta di persone che raramente riconoscono il proprio problema come una malattia e i cui familiari spesso non sanno a chi rivolgersi.

"In Italia ci sono ambulatori, day hospital, ma mancano completamente spazi di cura residenziali per il trattamento riabilitativo", spiega Dalla Ragione. "C'è una decina di cliniche private, nel centro-nord, ma più a sud di Todi oggi chi si ammala non ha un centro di riferimento, né pubblico né privato". Ancora per poco, però: in Basilicata si sta pensando a realizzare una struttura simile a quella di Todi. "Ci hanno chiesto una consulenza, e spero che il progetto si possa concretizzare presto", conferma Laura Dalla Ragione. Il modello di Palazzo Francisci si basa sull'approccio integrato, fatto di più competenze e di diverse figure professionali. "La cosa che funziona meglio da noi è che il disturbo viene aggredito a 360 gradi: come un piccolo esercito, un gruppo di professionisti, medici, psicologi, dietiste, fisioterapiste (circa 30 persone), combatte in modo coordinato una battaglia difficilissima", spiega ancora la psichiatra.

Nell'intreccio tra psiche e soma, tra curare e prendersi cura, tra urgenza internistica e catastrofe psicologica, tra famiglie "in scacco" e figlie oppositive, il lavoro integrato, coordinato, dell'équipe dei curanti, diventa quindi fondamentale. L'opposizione alla cura è l'elemento che accomuna le pazienti. "Sono senza compliance, la motivazione al trattamento non esiste. Per questo il primo scoglio da superare è quello di convincerle di avere un problema, che può portare a serie conseguenze. La cosa più difficile rimane comunque modificare le loro idee sul cibo e sul corpo", spiega Dalla Ragione. Per aiutarle a prendere le distanze dal proprio disturbo e a non identificarsi completamente in esso, lo staff della residenza ha pensato di far tenere alle ragazze un diario emotivo e di invitarle a scrivere lettere immaginarie alla loro malattia e al loro corpo. Questi materiali vengono poi analizzati e discussi insieme al terapeuta. In più, le ospiti di Palazzo Francisci sono impegnate per molte ore in attività manuali e di espressione che le distraggano in qualche modo dal pensiero continuo e ossessivo che hanno a proposito del loro corpo. Nella residenza non si usano psicofarmaci, "per ragioni sia etiche sia scientifiche: non esistono a tutt'oggi prove scientifiche che il trattamento psicofarmacologico abbia qualche efficacia nella cura dei disturbi del comportamento alimentare; inoltre le nostre pazienti sono spesso minorenni", spiega la psichiatra. Al momento dell'ingresso a Palazzo Francisci, le ragazze firmano un contratto dove sono elencate tutte le attività. "È un modo per rendere chiaro fin dall'inizio quali sono gli obiettivi del trattamento: non solo l'aumento di peso o l'eliminazione di alcuni comportamenti, ma affrontare anche problemi personali", dice Dalla Ragione. Da qui nasce l'impegno comune a costruire un luogo di terapia, a ricostruire un'identità andata perduta. II punto cardine del disturbo alimentare è infatti l'incertezza profonda, insostenibile, dolorosissima dell'identità che non riesce a sostenersi. "E qualunque cosa sia l'identità presuppone comunque una dimora, un luogo dell'Io", dice Dalla Ragione. "L'anima ha bisogno di un luogo", frase di Plotino, è infatti la frase che meglio rappresenta la filosofia della residenza. Luogo come corpo, luogo come spazio condiviso di cura e di vita. Impegnarsi a partecipare alla vita della residenza vuol dire per il paziente "definire la casa interna, la possibilità di rivisitare le stanze della memoria, di riallacciarsi alle radici della propria identità, di trovare un posto alla sua anima", conclude Laura Dalla Ragione.


Fonte
: pensiero.it

A cura di Letizia Gabaglio (Mente & Cervello, gennaio-febbraio ’06)