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Salute

AIDS: un po' di storia

hivIl virus dell’HIV ha fatto la sua comparsa ufficiale nel 1981, quando i Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta (i centri che negli Stati Uniti sono deputati al controllo e alla prevenzione delle malattie infettive) segnalarono i primi due casi di una “strana” patologia.

Tra il mese di ottobre del 1980 ed il maggio del 1981 a cinque giovani omosessuali, in tre ospedali diversi di Los Angeles, California, è stata diagnosticata una particolare forma di polmonite.
Due sono deceduti; a tutti viene confermata la presenza di una precedente infezione da citomegalovirus e un’infezione da Candida.

La malattia non ha ancora un nome e non se ne conosce la causa. L’unico dato certo è che “distrugge il sistema immunitario": è quanto si leggeva nel primo bollettino medico emesso dai CDC.

 

Qualche cifra


Da allora sono passati 30 anni e l’AIDS ha cambiato il mondo. Ai tempi del rapporto UNAIDS/OMS sull’epidemia di AIDS, nel 2006, si stimava che a convivere con l'infezione da HIV fossero circa 40 milioni di persone nel mondo. Nello stesso anno si calcolavano 4,3 milioni di nuovi casi, di cui 2,8 milioni (il 65 per cento) nella sola Africa sub-sahariana. Mentre si registrava un’impennata dell’incidenza nell’Europa dell’Est e nell’Asia Centrale, dove i tassi crescevano di più del 50 per cento dal 2004. Nel 2006 i decessi per cause legate all’AIDS sono stati 2,9 milioni. E se i nuovi dati sembrano indicare che i tassi di incidenza siano nuovamente in crescita in quei Paesi dove i programmi di prevenzione dell’AIDS non sono stati portati avanti o adattati ai cambiamenti dell’andamento dell’epidemia, il trend globale sembra decrivere un milioramento, con  33,4 milioni di persone nel mondo positive all'HIV e 2,7 milioni di nuove infezioni (dati 2008). Rispetto al picco dell’epidemia il numero dei nuovi casi di infezione è diminuito, anche se in tempi recentissimi sembra nuovamente stabilizzarsi. La mortalità, in ultima analisi, è nettamente diminuita, con conseguente incremento del numero di persone che convivono con l’infezione

Tanto è vero che, nei Paesi occidentali, gli ultimi anni sono stati caratterizzati da un progressivo incremento dell'età media dei sieropositivi, per via del progressivo allungamento della prospettiva di vita dei pazienti con infezione nota, e dell'incremento della scoperta di nuovi casi tra pazienti over-50 e over-60. La mortalità per patologie infettive “opportunistiche” (malattie croniche a evoluzione infausta determinate dalla riattivazione di agenti patogeni) sta declinando e si mantiene molto bassa (grazie ai presidi antimicrobici di cui oggi disponiamo per la terapia e la profilassi delle infezioni), mentre si assiste ad un lento, ma progressivo incremento delle neoplasie, e dei casi di demenza correlata all'AIDS.

I programmi di prevenzione stanno funzionando?


In America e in Europa i programmi di prevenzione dell’AIDS non sono stati portati avanti ovunque con la stessa forza, con ovvie conseguenze sul numero di nuovi casi. Analogamente, tra i Paesi a reddito basso e medio-basso sono pochi quelli che sono riusciti a ridurre l’incidenza. E anche in alcuni dei Paesi che in passato avevano avuto un successo immediato nella riduzione dei nuovi casi, come l’Uganda, si assiste ad una nuova crescita. In altre parole, in molte aree del mondo l’epidemia sta andando più velocemente degli interventi di prevenzione e contenimento. Dai dati emerge chiaramente che, laddove i programmi di prevenzione sono focalizzati sul problema e rivolti alle persone più a rischio, l’epidemia è in calo. Negli ultimi dieci anni in molti dei Paesi più colpiti dall’epidemia si è assistito a un cambiamento dei comportamenti sessuali fra i giovani, ad esempio l'aumento dell’uso del preservativo, il posticipo dell’inizio dell’attività sessuale e la riduzione del numero dei partner. La diminuzione della prevalenza dell’infezione da HIV nei giovani tra il 2000 e il 2005 è significativa in Botswana, Burundi, Costa d’Avorio, Kenya, Malawi, Rwanda, Tanzania e Zimbabwe.

Gia dall'aggiornamento del rapporto 2006 sull’epidemia globale di AIDS, tuttavia, veniva rimarcato come sia ancora debole la sorveglianza dell’infezione da HIV in gran parte del mondo, tra cui l’America Latina, i Caraibi, il Medio Oriente e il Nord Africa. Questo implica spesso che le fasce più a rischio non siano adeguatamente raggiunte dai programmi di prevenzione e dall’offerta di trattamento, perché non si conosce abbastanza della loro realtà. Inoltre, i livelli di conoscenza sull’infezione da HIV e il sesso sicuro rimangono scarsi in molti Paesi, così come la percezione del rischio personale. Persino dove l’epidemia ha un grosso impatto, come in Swaziland o in Sudafrica, gran parte della popolazione non pensa di essere a rischio di infezione.

La situazione è peraltro complicata dall'alone di pregiudizio che ancora grava su questa malattia e fa pensare che chi ne è affetto è “colpevole” di avere assunto comportamenti a rischio: se così non fosse, molti malati non vivrebbero nel silenzio il loro dramma per paura di discriminazioni in campo sociale, lavorativo, familiare e sentimentale.

Da dove arriverà la cura?


Negli ultimi anni grazie alle terapie antiretrovirali sono stati registrati decisivi passi in avanti nella gestione e nel trattamento dell'infezione da HIV tanto che la malattia si sta “cronicizzando” nei Paesi occidentali, nei quali i malati hanno accesso ai farmaci. Ma non mancano strategie di ipotesi terapeutiche alternative, che guardano al futuro. La World Community Grid, un'organizzazione che effettua ricerche computazionali anche grazie alla collaborazione volontaria di centinaia di migliaia di persone che da casa mettono a disposizione i loro computer, sostiene per esempio che grazie ad un software innovativo gli scienziati entro pochi anni riusciranno a sintetizzare farmaci in grado di ‘bloccare’ i virus più pericolosi per l’uomo, primo tra tutti l’HIV.

Ma se sul fronte della prevenzione, non esiste ancora la prospettiva reale di ottenere un vaccino preventivo efficace nei prossimi anni, su quello terapeutico l'efficacia della terapia antiretrovirale nel ridurre il rischio di trasmissione dell’HIV è supportata da sempre maggiori evidenza scientifica. La spiegazione sta nel fatto che, se la quantità di virus nel sangue è il principale determinante del rischio di trasmissione, la terapia riduce la carica virale a valori indosabili nella maggior parte dei pazienti entro 6 mesi nel siero, nello sperma e nel secreto vaginale. Per lo stesso motivo la terapia somministrata alle donne gravide previene la trasmissione durante la gravidanza e il parto.
Uno studio effettuato su pazienti di vari paesi africani e pubblicato di recente su The Lancet descrive l’impatto della terapia sulla trasmissione dell’infezione nelle cosiddette coppie discordanti, cioè in cui uno solo dei partner è infetto. Delle circa 3.400 coppie in cui uno dei due partner era sieropositivo, di cui 349 sottoposte a terapia retrovirale, si sono verificati 103 casi di contagio, di cui solo 1 verificatosi fra le coppie in trattamento!
La terapia comunque, non azzera il rischio di trasmissione e non esime da effettuare costantemente un counselling accurato dei pazienti e raccomandare loro l’adozione di altre misure preventive, prima di tutto l’uso del profilattico.

Crisi globale ed AIDS


Negli ultimi anni i fondi destinati ai programmi per la lotta all’HIV sono andati aumentando fino a tempi più recenti, ma la crisi economica globale può mettere a rischio il futuro finanziamento dei programmi.
“Già quest’anno il Fondo Globale per la lotta ad AIDS, Tubercolosi e Malaria o Global Fund, uno dei principali finanziatori dei programmi sanitari rivolti all’HIV, ha drasticamente ridotto il proprio contributo - ha affermato Enrico Tagliaferri, infettivologo dell'Azienda Ospedaliera di Pisa, in un post sul blog si politica sanitaria Salute Internazionale - È preoccupante che alcuni paesi africani fortemente colpiti dall’HIV abbiano dovuto ridurre i finanziamenti per acquistare i farmaci antiretrovirali e rendere disponibile il trattamento, a causa della crisi. Assicurare finanziamenti adeguati è una condizione necessaria per consolidare e migliorare i risultati sin qui ottenuti. Tutti i malati del mondo hanno gli stessi diritti”.

la redazione